Anna Ventura e la scrittura

Di Simone Gambacorta, giornalista e critico letterario.

Nata a Roma da genitori abruzzesi nel 1936, Anna Ventura è uno dei nomi-pilastro della cultura della nostra regione. Critica letteraria, narratrice e poetessa, vanta una bibliografia dove il versante saggistico convive da sempre, e felicemente, con quello creativo. Vincitrice di premi importanti, tra cui il De Lollis, il Teramo, il Michetti-D’Annunzio e l’Histonium, ha visto tradurre i propri versi in francese, inglese, tedesco, spagnolo, portoghese e rumeno. Dopo il terremoto del 6 aprile 2009, ha dovuto abbandonare L’Aquila per trasferirsi a Montesilvano

Saprebbe immaginare la sua vita senza la scrittura?

Il mio rapporto con la scrittura è diventato sempre più importante, è cresciuto con gli anni, fino a identificarsi con la vita stessa. Da giovani si intraprendono tante strade, ma solo quando si è raggiunta la maturità si riconosce la via maestra, quella per la quale si è nati. Io ho avuto la fortuna di individuarla in tempo utile per poterla percorrere con qualche risultato. Mi chiedo, talvolta, quali altri percorsi avrei potuto intraprendere. Ma ora credo di avere impostato ogni scelta della mia vita per incontrare la scrittura: apparentemente in modo inconsapevole, in realtà sotto la spinta di una consapevolezza interiore molto determinata.

Esiste davvero una possibilità di distinzione tra scrittura femminile e scrittura maschile?

Fermo rimanendo il fatto che la distinzione principale non è tra scrittori uomini e scrittori donne, ma tra gente che sa scrivere e gente che non sa scrivere, credo che l’espressione femminile – intendo qualunque creazione dell’intelletto e della manualità – abbia delle connotazioni proprie, inconfondibili, la cui origine va ricercata innanzitutto nella natura, ma anche nella lunga evoluzione della civiltà umana, in cui le donne hanno avuto ruoli che ne hanno sviluppato alcune forme di sensibilità, alcuni mezzi di espressione che sono loro propri, e che sono riconoscibili anche in società e paesi lontani tra loro.

 

Con cosa alimenta il suo sguardo di scrittrice?

Mi è capitato più di una volta che qualcuno, di fronte a uno spettacolo bellissimo della natura, oppure di fronte a qualche vicenda bizzarra, mi abbia suggerito “scrivi!”. Niente di più sbagliato. Non è mai l’evento eclatante quello che mi colpisce, ma il dettaglio che apre una luce improvvisa, l’evento minuscolo e tuttavia capace di farsi simbolo di una realtà grande, universale.

Quanta lettura c’è dietro i libri che ha scritto?

C’è tantissima lettura. Non solo quella dei libri che ho letti, ma anche quella dei libri che non ho ancora letti, e che forse non leggerò mai. Come ogni religione, la mia si alimenta di un flusso infinito di esperienze altrui, che è un patrimonio collettivo, inalienabile. Come il pellegrino che va a Santiago de Compostela – con alle spalle i pellegrini di tutti i tempi – e sa di essere la parte infinitesimale di un tutto immenso.

Si racconti come poetessa.

Sono tentata di rubare la risposta che Caproni diede a chi gli chiese che poeta fosse. Disse: “non sono un poeta”. Aveva in mente, forse, l’abuso che si fa di questo termine, fino a renderlo ridicolo.

D’accordo. Si racconti allora come narratrice.

Qui non ho alibi per fuggire, e mi trovo a dover rispondere anche alla prima domanda. L’espressione poetica è immediata, è una luce che si accende e brilla per un attimo. Bisogna coglierla in fretta e fermarla sulla pagina con parole il più possibile sintetiche ed efficaci. La narrativa, invece, pur avendo come spinta iniziale una illuminazione, ha bisogno di parole più meditate, di tempi più lunghi. Ma sono convinta che la grande narrativa e la grande poesia abbiano tempi veloci, perché concepite sotto una spinta forte, come in una seduta medianica, in una visione mistica, in una possessione diabolica.

Passiamo al suo “mestiere appassionato”, la critica letteraria.

Il mestiere appassionato cerca sempre di prendere spazio all’attività creativa. Del resto è anch’esso un momento creativo. Ma trovare spazio per tutto è uno dei problemi maggiori, per cui ho qualche momento di panico, come una madre di tre gemelli.

Ha dei riti per la sua scrittura.

Mi piacerebbe avere qualche rito, specialmente ora che ho un’età in cui, generalmente, ci si può permettere il lusso di una vita quieta e organizzata. Questo momento non è tuttavia ancora giunto. Continuo ad avere troppi impegni per potermi concedere una vita da scrittrice. Continuo a rubare l’attimo – come quando ero giovane – scrivendo in tempi e luoghi imprevedibili, secondo rituali misteriosi, creati da un’inconscia trama organizzativa. Ma se una cosa la voglio scrivere, la scrivo. Di solito a mano, con la biro, su quadernetti a righe, con copertina monocolore. Poi passo la computer e metto in ordine.

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Informazioni su Antonella Gaita

Giornalista
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