Gennaro Manna nel ricordo di Anna Ventura

Di Simone Gambacorta, giornalista e critico letterario.

Anna Ventura, scrittrice e critica letteraria aquilana, conobbe lo scrittore abruzzese Gennaro Manna (1922-1990), del quale ha attentamente studiato l’opera. Autore dei romanzi “Le terrazze”, “Un uomo senza cappello”, “L’aquila impagliata”, “La casa di Napoli” e “Adamo a Gaeta”, Manna è oggi un grande dimenticato.

Com’è arrivato Gennaro Manna nella sua vita?

«Ho conosciuto Gennaro Manna, moltissimi anni fa, attraverso un suo libro, “La casa di Napoli”. Mi piacque molto, tanto che ne parlai con Mario Sansone, a proposito del Premio Napoli. Il prof. Sansone non conosceva il libro, ma ne fu molto interessato; io gli promisi che avrei telefonato a Gennaro Manna e gli avrei parlato del Premio: come abruzzese, mi pareva di poterlo avvicinare con una specie di biglietto di presentazione. Non mi fu difficile rintracciare Manna a Roma, dove è vissuto fino alla morte. Al primo incontro telefonico mi parve un po’ sfiduciato nei riguardi di ogni approccio estraneo; ma, lentamente, il discorso si aprì, soprattutto quando gli dissi che avevamo una patria in comune: Tocco Casauria, paese in cui lui era nato ed io conservo, ancora oggi, una casa che fu di mio nonno, Domenico Ventura, che a Tocco esercitò per tutta la vita la professione di notaio. Capii subito che il discorso relativo al paese lo coinvolgeva molto di più di ogni altro argomento; d’altronde, per me era la stessa cosa: l’attaccamento ad una stessa terra può creare un legame profondo, che coinvolge l’inconscio, scava in zone privatissime, nel solco misterioso degli ancestri»

Chi era Gennaro Manna?

«Era un abruzzese di Tocco Casauria, che sapeva scrivere; così come il suo compaesano Francesco Paolo Michetti sapeva dipingere e disegnare»

Quale ruolo ha giocato il Manna-uomo nei confronti del Manna scrittore?

«Un ruolo fondamentale, credo, giacchè Manna era semplicemente se stesso, un tutto unico che non accettava ruoli preordinati, né schemi aprioristici»

Quali sono le peculiarità di questo scrittore? Cosa, cioè, lo distingue, quali significati ha espresso nelle sue opere?

«Manna era uno scrittore, ne aveva la vocazione, il talento, la forza e anche la tenacia: qualità che gli permisero, nonostante la sua natura molto schiva, di raggiungere risultati notevoli, di inserirsi autorevolmente nel mondo letterario del Novecento. Lo distinguono uno stile asciutto, efficace, rapido, ma anche capace di ampliamenti e descrizioni precise. Il significato di un’opera letteraria è sempre difficile da definire; certamente Manna offre un esempio di grande attenzione alla società del suo tempo (sia quella contadina che quella borghese) osservata con occhio vigile, talvolta ansioso, pronto a coglierne sia i valori profondi che i sotterranei elementi di disgregazione»

Come definirebbe lo stile di Manna?

«Come ho già detto, Manna era uno scrittore nato, uno che “doveva” scrivere, perché quella era la sua vocazione, quello il suo destino. Chi sa scrivere non deve né inventarsi uno stile, né imitarlo; segue il suo istinto, procede per forza medianica. Per cui la scrittura e la vita si identificano, creano un tutto inscindibile; anche lo stile rivela questa simbiosi. Nel caso di Manna, la sua natura schietta, onesta, sempre alla ricerca dell’autenticità, si traduce in uno stile nitido, chiaro, che non lascia spazio a trucchi suggeriti dalla retorica o dal mestiere. La chiarezza formale non esclude, ovviamente, la problematicità dei contenuti; Manna era un uomo inquieto, diviso tra ragione e fede, fiducia e sconforto, amore alla vita e cupio dissolvi»

Quale è l’opera che ritiene essere la sua prova “maggiore”?

«A me piacciono particolarmente due romanzi: il primo è “La casa di Napoli”, in cui Manna descrive la vicenda umana e culturale di un intellettuale del Primo Novecento; l’allusione a Benedetto Croce è evidentissima, come è evidente quella ai fratelli Spaventa, anche loro intellettuali abruzzesi di valore. Il romanzo non analizza solo il personaggio principale, ma si sofferma a illustrare un’intera società alto borghese del Meridione d’Italia, segnatamente quella napoletana, sotto il profilo storico, culturale, antropologico. Un altro romanzo che mi piace molto è “L’aquila impagliata”, che ferma l’attenzione su una società abruzzese, a mezzo tra città e campagna, dove si profilano, nitidissimi, personaggi/simbolo che di questa società interpretano valori e insicurezze, possibilità positive e pericoli. Amo, infine, “Dispetto e Malizia”, un piccolo libro che fu pubblicato da Solfanelli, nel 1986, in una collana di narrativa da me diretta. Fu un vero regalo che Manna volle farmi, dando fiducia al mio lavoro e concedendomi di riunire quattro suoi racconti, parte inediti, parte mai pubblicati in volume»

Parliamo di “Dispetto e Malizia”.

«Come ho già detto, Manna, nell’affidarmi i suoi racconti, fece, nei miei riguardi, un atto di stima e di fiducia: non è poco, se si tiene conto della natura schiva, riservata e pessimista dello scrittore; dimostrò, anche, di avermi collocata in un ruolo di intellettuale sincera, alla ricerca della bellezza della scrittura: con pochi mezzi, ma con entusiasmo e perseveranza. Debbo anche sottolineare come Marino Solfanelli, l’editore, si pose, nei miei confronti, in un atteggiamento simile, di fiducia e di ricerca di qualcosa degno di essere salvato. Nessuno dei tre (né io, né Manna, né Solfanelli) trasse un vantaggio economico dalla pubblicazione del libro, ma tutti e tre fummo soddisfatti per averlo fatto. Avevamo una fede comune: l’amore per la letteratura»

Se non sbaglio, Manna esordì col romanzo “Le terrazze”, nel 1958: che impatto fu, il suo, con la scena letteraria dell’epoca?

«Nel ’58, ero ancora troppo presa dai miei studi di filologia classica per poter seguire da vicino la realtà letteraria italiana contemporanea; non posso, quindi, dare una risposta che mi coinvolga direttamente. Il romanzo vinse il Premio Alvaro per l’inedito, nel ’58; l’anno dopo fu pubblicato dall’editore Sciascia. Fu un inizio felice, seguito da altri libri, pubblicati con ottimi editori, accolti bene dalla critica e spesso premiati»

Nel 1991 Tocco Casauria ospitò un convegno Internazionale di Studio su Manna. Quali furono, più in generale, i rapporti tra Manna e la critica?

«Il Convegno, al quale anch’io partecipai, avvenne dopo la morte dello scrittore: come spesso, purtroppo, accade. Gli scrittori andrebbero capiti e incontrati prima della morte, anche perché in tal modo loro stessi potrebbero dare elementi utili per la comprensione della loro opera. Manna era un uomo riservato, mai a caccia di notorietà becera; però aveva buone amicizie, e riscuoteva, da parte di chi ne conosceva il valore, una solida stima: lo mostra anche il cammino delle sue pubblicazioni, i premi vinti, la frequentazione di ambienti culturalmente selettivi, come quello dell’ “Osservatore Romano”, che lo ebbe tra i suoi collaboratori. Il Convegno di Tocco Casauria fu ideato e condotto da Sandro Sticca, che ne curò anche gli Atti, “Arte ed esistenza in Gennaro Manna”, che può essere una prima, solida base, per ulteriori sviluppi critici relativi all’opera di Manna»

Da uno stralcio di lettere che lei riporta in un suo libro, mi pare di capire che Manna si sentisse trascurato dai critici abruzzesi. Come mai?

«Manna aveva con l’Abruzzo un rapporto importante, viscerale; la gente di Tocco lo considerava uno di loro, lo chiamava “Gennarino”, come Michetti era “Ciccillo”. Compresi questo legame così bello, così profondo, una volta che sentii parlare Manna proprio a Tocco Casauria: parlava al pubblico dei contadini con una semplicità e una chiarezza meravigliose, quasi nel timore di poter offendere l’uditorio, se non lo avesse capito. La critica abruzzese non è stata attentissima a questo scrittore che viveva a Roma e aveva frequentazioni intellettuali a livello nazionale: il suo nome manca in alcuni saggi/storia della letteratura abruzzese, come “Abruzzo” di Gianni Oliva e Carlo De Matteis; tre righe gli sono dedicate nel saggio di Umberto Russo “Attività letteraria”, nel volume “Abruzzo del Novecento”; una citazione dell’ “Aquila impagliata” si trova in “Storia della cultura e della letteratura abruzzese” di Ernesto Giammarco. In una lettera del gennaio ‘85, Manna mi chiedeva come reperire una copia di questo volume, che ormai si trova solo nelle biblioteche. Manna si incontra anche nel recente “La cultura in Abruzzo dal II Novecento ad oggi” nel saggio “Atlante della narrativa abruzzese”, a cura di Lucilla Sergiacomo; è presente nei “Narratori d’Abruzzo” di Lucilla Sergiacomo, con due brani tratti dal “Tramonto della civiltà contadina”. Come poeta, si incontra sia nel volume “Poesia abruzzese del Novecento”, curata da Giammario Sgattoni, sia nel “Parnaso d’Abruzzo” di Vittoriano Esposito. Di Manna poeta si parla anche nel saggio “Poeti in Abruzzo e Molise”, di Giuseppe Porto, inserito nel volume “Inchiesta sulla poesia”. Alberto Frattini, in “Poesia e regione in Italia” opportunamente avverte che nella poesia di Gennaro Manna «possono trovarsi utili spunti per chiarire il lavoro del narratore». Personalmente, nel compilare una antologia sui poeti abruzzesi, dal titolo “Il sole e le carte”, invitai Manna ad una partecipazione; ma lui si schermì, sia pure molto garbatamente, asserendo di sentirsi, ormai, più narratore che poeta. Un’accurata analisi del Manna poeta è negli Atti del Convegno di Tocco Casauria, nel saggio di Sandro Sticca “La poesia di Gennaro Manna: il verbo del sacro e dell’assurdo”»

E’ possibile tracciare dei rapporti tra la sua poesia e la sua narrativa?

«Condivido in pieno l’osservazione di Frattini, quando afferma che nella poesia di Manna ci sono spunti interessanti per chiarire l’opera del narratore. Ciò è vero, giacchè l’immaginario del poeta non si discosta da quello del narratore; Manna, tuttavia, oltre che poeta e narratore, era anche ottimo critico e osservatore del costume, come dimostra anche il “Tramonto della civiltà contadina”; se preferì trascurare la poesia a vantaggio della scrittura in prosa fu perché, probabilmente, quest’ultima gli offriva maggiori possibilità di riflessione, di approfondimento, di discussione»

Un suo saggio si intitola “Il contesto abruzzese e meridionale in tre opere di Gennaro Manna”. Quali furono i rapporti con l’Abruzzo, e, più in generale, col Meridione?

«Manna ebbe molto a cuore la questione meridionale, a cui si connette quella abruzzese; al riguardo c’è un suo libro importante, “Tramonto della civiltà contadina” in cui, nella prima parte, esamina personalmente le connotazioni proprie della civiltà contadina, con i problemi relativi; seguono due antologie di scritti di vari studiosi: una circa il problema contadino in Italia, un’altra sulla questione meridionale. Questa attenzione acuta alla condizione della civiltà meridionale in crisi si evince anche dalla lettura dei suoi romanzi, come sottolineo anche nel mio saggio: un’attenzione rivolta ai luoghi, alle persone, alle tradizioni, ma anche ai problemi umani e sociali che affliggono una società ancora ancorata al passato, ma fatalmente immersa nella metamorfosi di un presente diverso e contraddittorio, dove alcune certezze si vanno sgretolando, e il futuro non ne promette di nuove»

Un altro suo contributo è “Gennaro Manna , uno scrittore alla ricerca dell’autenticità”. Qual è questa autenticità?

«Manna voleva intitolare “Un uomo naturale” il suo ultimo romanzo. Cito un brano di una sua lettera, datata 8 gennaio 1990, in cui me ne parla: «Ieri ho corretto le bozze di un nuovo romanzo, che uscirà in marzo, con la Camunia. Il titolo è cambiato: “Adamo a Gaeta”. Si confà al testo. Volevo rappresentare un “uomo naturale”, per scommessa. Mi sono accorto che la vita secondo natura è una finzione letteraria, almeno per ora». Mi aveva già parlato, a voce, di questo ideale “uomo naturale”, uno che, appunto, cerca l’autenticità nella natura: “sentire” il latrato di un cane, “vedere” un albero, e così via. Ma se la ricerca dell’autenticità va oltre la speranza (poi delusa) di trovare un “uomo naturale”¸ in Manna resta la volontà di un’altra autenticità: superare la superficialità, il luogo comune, il costume imperante, per ricercare le ragioni profonde, i rimedi seri, le verità sincere»

Come collocherebbe Manna tra gli scrittori abruzzesi contemporanei? Mi riferisco a Pomilio, Flaiano, Silone, la Bonanni…

«Ogni scrittore ha peculiarità che lo rendono unico e non facilmente paragonabile ad altri. Gli scrittori citati hanno un elemento in comune, che è il fatto di essere abruzzesi, e anche il fatto che dall’Abruzzo si sono, prima o poi, allontanati, per ragioni diverse. Mi sembra di constatare, ed è ovviamente un giudizio personale, che quello che più è rimasto personalmente legato all’Abruzzo, ai suoi problemi, allo spirito profondo della “civiltà contadina” è proprio Gennaro Manna. Certamente Silone, per essersi collocato in un panorama più vasto, tanto alla ribalta internazionale, è quello che ha maggiormente diffuso certe realtà abruzzesi in ambito universale; per questo la sua visione del Meridione si è allargata a indicare tutti i Meridioni del mondo. La vicenda umana di Manna, meno eclatante, vissuta nel segreto dell’anima e in una cerchia culturale piuttosto elitaria, si focalizza maggiormente sull’Abruzzo vero e proprio: il che non toglie, tuttavia, che questo Abruzzo abbia anch’esso valenze universali»

Ma anche Manna è oggi un grande dimenticato.

«La fortuna di uno scrittore dipende da occasioni imponderabili, legate ai luoghi gli scrittori sono vissuti, alle persone che hanno frequentate, alla sensibilità culturale della società a cui loro stessi, in vita, sono appartenuti. La sopravvalutazione e la sottovalutazione di un artista, non solo scrittore, sono strettamente connesse, purtroppo, a queste occasioni governate dal caso. Quando Manna morì, scrissi un suo breve ricordo, pubblicato in “Abruzzo Letterario”, che così conclude: «Forse si legge poco, è vero; ma si legge; e tra il lettore e lo scrittore c’è un dialogo dell’anima che il silenzio della critica non può intralciare. I libri di Gennaro Manna, per essere profondamente sentiti e sofferti, per essere veri libri, cioè testimonianze di sensibilità e di cultura, non possono non incontrare queste occasioni di dialogo. Oltre il peso della realtà e la meschinità dell’esistenza, ci sono sentieri più lievi da percorrere, che sopravvivono anche al passaggio terreno dello scrittore. Su questi sentieri, Gennaro Manna ha ancora molti amici da incontrare»

E’ inevitabile parlare della sua scomparsa.

«Il tema della morte ricorre continuamente nella scrittura di Gennaro Manna, nonostante la sua fosse un’anima profondamente religiosa; sembra, quasi, che, come spesso accade nella civiltà contadina a lui cara, ci sia un legame segreto tra la morte e quell’oltre a cui la morte dà accesso, oltre che, sulla terra, è molto vicino al sacro. Nel “Tramonto della civiltà contadina” c’è un passo che mi sembra degno di attenzione: «La morte per i contadini non era meno grande e paurosa della morte altrui, ma essi sapevano che avevano a che fare con una signora scorbutica che non è abituata a spiegare le ragioni delle sue visite improvvise». Una “visita improvvisa” deve avere colto anche lui, forse in un momento in cui non ebbe la forza di resisterle»

Quale lezione ha lasciato Gennaro Manna?

«Una lezione di onestà culturale, misura, buon gusto: sorretti da talento e capacità di lavoro. La sua vicenda umana sta ad indicare, per me, come di letteratura si possa vivere, e anche morire»

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Informazioni su Antonella Gaita

Giornalista
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